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Frequenze per dissolvere l’identità: ascoltare il vuoto in “Io chi sono?” di Franco Battiato

Copertina dell’album “Il vuoto” di Franco Battiato (2007), contenente il brano “Io chi sono?”, meditazione musicale sull’identità e la dissoluzione dell’ego.

Cercare il significato di “Io chi sono?” di Franco Battiato significa addentrarsi in una meditazione musicale sulla dissoluzione dell’ego. Non è una traccia da ascoltare in modo distratto: è un’esperienza sonora in cui la domanda più antica del mondo – chi siamo davvero? – ci costringe a guardare oltre le maschere della nostra biografia. Un invito a calarci in quello spazio profondo dove il nome, la storia personale e le nostre definizioni smettono di bastare.

Tempo di lettura: 3 minuti. Si consiglia la lettura in cuffia, possibilmente durante l’ascolto del brano.

La stanza è avvolta in una penombra densa, quella che appartiene unicamente alle ore notturne. L’attrito del mondo si esaurisce e il silenzio si fa sterminato. Dal buio non emerge una melodia, ma uno spazio: un tappeto di sintetizzatori dilatato, sospeso, retto da bordoni elettronici gravi e sotterranei, e attraversato da arpeggiatori ciclici che non cercano approdi. Poi, una voce. Familiare, pacata, spogliata di ogni enfasi. Più che cantare, recita: «Io chi sono?».

Non c’è intro, non c’è preavviso. Chi ascolta scivola fuori dal perimetro del tempo ordinario. Battiato non sta cantando una canzone; sta aprendo un portale di interrogazione interiore, sussurrando l’enigma che ha attraversato millenni, eremi e civiltà, portandolo qui, nel nostro presente frammentato.

L’evaporazione dell’io

Nome, professione, legami, memorie. Abiti spessi che ci cuciamo addosso per difenderci dall’immensità, per non cadere fuori dai confini che ci siamo tracciati. Eppure, in questo brano la musica opera per pura sottrazione. Le frequenze elettroniche, lente e inesorabili, sciolgono l’impalcatura che ci ostiniamo a chiamare “io”:

«Le comuni apparenze scompaiono / Con l’esaurirsi di tutti i fenomeni».

Il battito rallenta. Si fa respiro. Sotto gli strati della nostra biografia avvertiamo una vertigine: la presenza di un nucleo sfuggente, silenzioso, che si rifiuta di essere nominato.

Il mantra e la creta

In questo spazio acustico, la voce di Battiato sceglie lo spoken word, una recitazione sillabica che si fa quasi liturgia. Il suo è un distacco che non scivola mai nel gelo, ma si fa compassione distillata. L’incessante interrogativo di Ramana Maharshi, Who am I?, perde i connotati dell’indovinello intellettuale da risolvere con la logica. Diventa puro suono. Un mantra che, ripetuto nell’aria rarefatta degli archi sintetici, dissolve le pareti della mente senza fare rumore.

Lo percepiamo fisicamente: lo spazio racchiuso dentro un vaso di creta è lo stesso spazio immenso che lo circonda. Non c’è un ponte da costruire per unire le due dimensioni; basta solo lasciare che l’involucro si infranga. Che il nome si dissolva.

Oltre il nome: luce e spazio

In questa stanza, ormai svuotata di ogni sovrastruttura, Battiato ci consegna, con una calma disarmante, la visione ultima della sua ricerca:

«La luce si unisce allo spazio / Sono una cosa sola, inseparabili».

Non c’è più nulla da definire. Nessuna nuova identità da indossare. Quando l’affanno di raccontarci cessa, diventiamo semplicemente quello che siamo sempre stati: luce e spazio, indivisibili dalla trama dell’universo.

La resa

L’autentico miracolo di “Io chi sono?” vive nella sua sospensione. Nel coraggio di lasciare che la domanda continui a vibrare nell’aria molto dopo che l’ultima nota è sfumata nel silenzio. Non offre approdi. Invita a sostare, scalzi, nel mistero.

L’urgenza spirituale che un tempo inseguiva un “centro di gravità permanente”, la stessa voce che cantava la profonda necessità interiori di “E ti vengo a cercare”, qui smette di lottare. Si arrende. E in questa resa assoluta, nell’istante esatto in cui si dimentica di sé, l’identità ottiene l’unica salvezza possibile: scompare. E scomparendo, finalmente, trova il Tutto.

zai.net

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